“Chi è di scena?!” è il segnale con cui il direttore di scena comunica agli attori di una compagnia di prosa che è giunto il momento di fare gli ultimissimi preparativi dietro le quinte e di entrare sul palcoscenico in bocca all’amato e pur sempre temuto pubblico. Da queI momento in poi non più il neon freddo, stranamente rassicurante dei camerini, ma il caldo e terribile fuoco dei riflettori. E quei respiri di un pubblico che c’è ma non si vede.

Da quel fatidico “Chi è di scena?!” l’attore è solo sul palco, solo con se stesso e le sue emozioni, solo davanti a tanti occhi che lo scrutano e che gli chiedono “Chi sei?”.

Un bel respiro, il primo movimento, la prima battuta e da quell’attimo insostituibile di smarrimento iniziale una grande energia si propaga dal palco in platea e viceversa.

Lo spettacolo è iniziato.

Guardiamo ora lo stesso momento con gli occhi dello spettatore. “Signore e signori. accomodarsi in sala, lo spettacolo sta per cominciare”. Le ultime boccate da una sigaretta, l’ultimo sorso di un buon caffè, le ultime chiacchiere con gli amici e la maschera che strappa il nostro biglietto. Ci accomodiamo ai nostri posti. Le luci di sala si affievoliscono, il mormorio si cheta, un attimo di interminabile buio. Si resta soli. I pensieri inevitabilmente vanno a quello che troveremo dietro il sipario ancora chiuso. Ecco, la magia si compie. Il sipario si apre, la musica parte, le luci illuminano la scena, l’attore appare.

Lo spettacolo è iniziato.

L’attesa di qualcosa che accadrà, che fortemente tuttivogliono che accada, lega indissolubilmente spettatori e attori. È proprio da questa attesa-speranza che qualcosa accada, come magistralmente sottolinea Peter Brook, nasce il rito del teatro. Se quel qualcosa accade tutti tornano a casa felici, se no…

Ma cosa deve accadere?

Gioia? Dolore? Risate? Rabbia o forse amore? Sorriso, dolcezza o pianto? O ancora, sospiri, eccitazione, sussulti oppure abbandono?

Tutto o un po’ non ha importanza basta che quel momento sia unico, irripetibile, in una sola parola emozionante. E le emozioni, quelle primarie, quelle che ci lasciano soli con noi stessi, non hanno colore, non hanno genere. Esistono e basta. Esistono perché esiste l’uomo. Come il teatro d’altronde

Il teatro è studio e arte, è matematica e letteratura, è scienza ed incoscienza, è pulsante, è tragico, è comico, è drammatico: è come le emozioni. Non è intelligente o stupido. Di serie A o di serie B. Non appare, è.

Il mio TEATRO DELLE EMOZIONI è semplicemente questo. Un Teatro coinvolgente, visceralmente coinvolgente, dove lo spettacolo è un rito, in cui il pubblico diventa elemento unico ed insostituibile della rappresentazione. Un Teatro che usa i classici per restituirli alla scena carichi di quel pathos che il nuovo millennio si porta con sé; un Teatro moderno che aborra le urla e gli schiamazzi, che usa la tecnica per meglio arrivare al cuore della gente. Un Teatro che guarda al Grande Attore e che respira Arte in ogni suo istante. Un Teatro della Luce. Un Teatro che non è e non sarà mai commerciale, almeno fino a quando il Bello non verrà considerato importante quanto il Superfluo.

Il direttore di Essenza Teatro

Paolo Perelli